Lana

Oggi mentre parlavo con mia madre al telefono per apprendere la sacra arte del lavaggio dei maglioni in lavatrice, mi sono chiesta come fosse possibile che avessi già raggiunto la fase della vita “Lavaggio lana”.

Per chi non lo sapesse, lavare la lana è un po’ come giocare d’azzardo: il rischio è alto ed il risultato può essere compromesso dal minimo errore.

Mentre fissavo la lavatrice cominciare il lavaggio, con un brivido di paura lungo la schiena, pensavo già alla soluzione per un eventuale danno ma anche a come vola il tempo.

Insomma che qui una volta era tutta campagna e che non esistono più le mezze stagioni, mi pare ormai ovvio e scontato ma che il tempo vola anche quando NON ci si diverte, secondo me merita la stessa notorietà nella raccolta delle frasi fatte, da sfoggiare per ogni occasione.

Sembra ieri che i maglioni tornavano magicamente puliti nel mio armadio, della stessa taglia con cui li avevo buttati sporchi nella cesta dei panni in bagno, oggi invece questa magia non funziona più.

Ogni tanto della sana nostalgia sale ma alla fine penso che questo potrebbe essere il periodo più bello della mia vita e forse io non me ne sto accorgendo.

Ma come sono arrivata ad imparare che la lana si lava a freddo e con poca centrifuga? Facciamo un breve ripasso.

Grazie ai miei studi umanistici, ho approfondito varie teorie dello sviluppo, come quella di Erikson o Freud, quindi mi sono sentita abbastanza autorizzata a stilare anche una mia personalissima suddivisione in fasi della vita.

Partirei con l’infanzia che secondo me potremmo dividerla in due fasi, quella del “Mantenuto” e quella del mantenuto Però comportati bene.

Da piccolo tutti ti amano anche se vomiti sui vestiti o piangi la notte. Regali gioia e amore, senza fare nulla e se tutto va bene arrivi fino ai 6 anni senza troppe responsabilità.

Con l’inizio della scuola elementare le cose cambiano: non tutto è più così scontato e se vomiti sul cappotto di qualcuno, la cosa non passa più così inosservata.

Inizia il periodo del: “saluta la signora!”, oppure dell’ever green: “Come si dice?” con un fastidioso tono di voce acuto che tende ad allungare il suono delle vocali.

Ma ad un certo punto magicamente arriva il demonio adolescenziale e la signora che dovevi salutare da piccolo, adesso la vuoi proprio vedere morta. Alla domanda: “Come si dice?” ti viene voglia di rispondere “Stronza tu non mi capisci” e passi le giornate a vomitare veleno sulle persone che cercano di starti accanto nonostante l’aurea di odio che ti circonda. È per questo che la prima fase adolescenziale la etichetterei come il periodo “Speriamo passi in fretta”. Gli anni delle medie sono i peggiori, agli uomini scatta l’ormone ed improvvisamente il potenziale cognitivo si annulla ed i neuroni si arrendono alla puzza di sudore che quasi tutti i ragazzini non riescono ad eliminare. La soluzione sarebbe facile ma anche la doccia fa parte di quel mondo marcio che ti circonda e quindi fa schifo anche lei, come fanno schifo tutti quelli che ti conoscono perché qui nessuno ti capisce e non basterà un po’ di acqua e sapone per farti capire chi sei e perché sei al mondo.

Per le ragazze invece la questione è più delicata, perché nel pieno della tua spensieratezza arriva a gamba tesa nella tua vita, l’elemento di disturbo per eccellenza: il ciclo mestruale. La vita si trasforma magicamente in un calendario di sbalzi d’umore che mischiati alle paturnie adolescenziali, compongono un mix letale di odio, insoddisfazione, depressione, euforia, speranza, rabbia, rancore, felicità, paura e chi più ne ha più ne metta. Non c’è fine alla lunga lista dei probabili stati d’animo di una ragazzina alle prime armi con assorbenti ed imbarazzo, in un mondo in cui ancora molti problemi femminili sono un taboo e la speranza che le cose cambino, ogni giorno viene distrutta dalla battutina non richiesta del bullo della classe.

Questo delirio adolescenziale sicuramente non migliora se consideriamo la piaga sociale del bullismo, questione che secondo me il mondo degli adulti ancora sottovaluta troppo, cercando di risolverla con frasi come “eh ma son ragazzi, devono imparare a difendersi”.

È proprio quando la speranza di uscire da questo tunnel degli orrori, tra brufoli, insulti e peli indesiderati      con i tuoi genitori sull’orlo del pentimento per averti messo al mondo che arriva la seconda fase dell’adolescenza. Le scuole superiori stanno finendo, l’età adulta non è più così lontana e questi anni potrebbero essere davvero gli anni più belli della vita, se gestiti bene.

Questa fase la chiamerei “Goditela! perché questa spensieratezza durerà quanto un gatto in tangenziale” (un nome un po’ lungo ma che secondo me rende bene l’idea).

A questo punto della vita, l’esistenza di un ragazzo (o ragazza) si divide tra la sicurezza data  dal letto della propria cameretta e l’emozione di sentirsi abbastanza grandi per non essere più assegnato al tavolo dei bambini ai matrimoni di amici e parenti.

Le speranze ed i progetti per il futuro sono tanti e tutto questo può essere addolcito dalle romantiche note dell’amore adolescenziale.

Che belli i primi amori, quelli che ti fanno sognare senza dormire la notte, quelli che ti portano con la testa altrove quando sei a scuola, quelli che ti fanno tremare le mani quando aspetti un messaggio dalla persona che ti piace, quelli che neanche Maria De Filippi seduta su uno scalino riesce a spiegare e districare.

Tutto questo però con la fine del liceo potrebbe concludersi. Una volta compiuti 18 anni e fatta la maturità comincia il periodo delle grandi scelte ed eccoci alla fase “E mo’ so’ cazzi tuoi”.

Improvvisamente sei grande, la signora che dovevi salutare da piccola sei tu e crescono le consapevolezze della vita di pari passo con la cellulite sulle gambe. Finite le scuole superiori, le opzioni sono due: o lavori o studi e poiché io posso rappresentare la seconda categoria (nonostante un rapido assaggio del mondo del lavoro con una stagione come cameriera prima dell’università) mi sento autorizzata a parlare solo dell’entusiasmante mondo universitario.

Se sei fortunato puoi rimanere a casa con i tuoi genitori ma nella maggior parte dei casi l’università più vicina è quella della strada e nonostante le numerose iscrizioni dichiarate da molti su facebook, i più acculturati non ne parlano bene. Ed ecco che con un balzo, tra scatolette di tonno, caffè, pacchi “da giù” e la voglia di abbandonare gli studi, siamo arrivati a guardare il mondo dall’oblò di una lavatrice sperando che il bucato arrivi sano e salvo fino alla fine del lavaggio.

Ma come si diventa veramente grandi?

Io non penso che la crescita anagrafica sia indice di maturità, anzi credo piuttosto che tutto ruoti intorno a questioni di responsabilità ed eventi indimenticabili.

Io personalmente mi sono sentita un po’ più grande quando a 5 anni mi hanno spiegato che per tutta la vita avrei dovuto mangiare solo senza glutine, oppure quando alla scuola media ho avuto a che fare con chi trovava divertente fare della mia statura e dei miei punti deboli, motivo di sgradite battute che purtroppo facevano ridere altri bambini, complici della mia sofferenza.

Mi sono sentita grande però anche quando ho dovuto fare la mia prima voltura, quando ho scritto all’amministratore di condominio per lamentarmi dei miei nuovi vicini di casa troppo esuberanti, quando son riuscita a far ripartire una caldaia bloccata e quando ho sorpassato per la prima volta un tir in autostrada. Sono sicuramente diventata un po’ più adulta quando ho fatto i conti con la morte di persone alle quali volevo bene e son certa che l’ultimo pezzo della mia infanzia se ne sia andato quando ho salutato per sempre le due cagnoline con cui sono crescita.

Senza dubbio però non si finisce mai di crescere e trovo scorretto parlare di invecchiamento passata una certa età. Ogni anno ha le sue novità ed i suoi colpi di scena ed io a 23 anni, in piena fase “lavaggio lana”, mi sento ogni volta un po’ più grande, quando il fine settimana rischio tutto con una lavatrice piena di maglioni colorati.


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